Avanguardie in paradiso

racconto storico

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Daniele Ossola

Avanguardie in paradiso

racconto storico

Estratto dal romanzo "Rubli e Lire”


Per una straniera come me, abituata a vivere in un comodo appartamento di tre vani, in condizioni di spazio soddisfacenti, la scoperta del dramma abitativo in URSS, appena dopo la morte di Stalin, avviene quando, durante una mia visita a Mosca organizzata dal PCI, la mia amica Alina sente il bisogno irresistibile di ricambiare un invito a cena. Una cortesia, un gesto amichevole, e mi porta nella sua abitazione dove, da padrona di casa, continua a compiere miracoli di fatica e di astuzia per organizzare una cena decente.
Trascorro la prima sera con Alina in uno di questi komunalny kvartíry, in un appartamento comune, tra piatti di storione affumicato, pane nero, cetrioli, borsch, caviale rosso di salmone, vodka, parole e lacrime. È il primo incontro con il senso di oppressione fisica e morale generato da quell’unica stanza dove tutta una famiglia deve dormire, litigare, far l’amore, allevare i figli, intrattenere gli ospiti, invecchiare, morire.
La cucina, il luogo nevralgico della casa dove le donne, sempre e solo loro, vanno quotidianamente a compiere miracoli gastronomici, è uno dei campi di battaglia principali.

Nella cucina, che nei vecchi appartamenti del centro è fortunatamente spesso grande, le famiglie sistemano i loro tavoli creando una collezione surrealistica di tavolini alti, bassi, rettangolari, quadrati, ovali.
Mai pieghevoli, mi avevano riferito, perché in guerra chi ripiega è fregato e non riconquisterà mai più il territorio perduto. Purtroppo la cucina a gas è per forza unica, dunque in comune, e il numero di fornelli è sempre inferiore al numero delle famiglie che li vogliono usare.

Chi stabilisce i turni nelle ore di punta, quelle di cena? È la spietata legge della giungla, quella di chi urla più forte, di chi fa più paura.
Bere e piangere, piangere e bere. C’è uno straordinario calore umano e fisico in queste stanze dove il piccolo Vladja dorme sul divano, la nonna Katja sonnecchia su una sedia accanto al frigorifero, la madre di famiglia si sbraccia come una dea indù dalle mille braccia per passare i piatti del pane nero e del burro, il cane annusa e mordicchia le scarpe di tutti sotto il tavolo, gli uomini discutono, con la tranciante autorità degli ubriachi.

Igor, essendo un marmocchio magro con la bustina dei militari, la pilotka, in testa, corre fra le gambe e le sottane delle vecchie, irritandole.
“Io stavo meglio prima.” Interloquisce una di loro.
“Stai zitta, vecchia scema,” la rimbecca una grassa donna sformata, avidamente abbracciata a un orso di peluche grande e spelacchiato quanto lei “eri povera anche prima, vecchia mucca, ma allora non lo sapevi.”
Erano poveri anche prima, ma non lo sapevano...
Quanta ragione aveva la donnona con l’orso di peluche in braccio. I poveri del socialismo avevano un enorme vantaggio sui poveri della nuova Russia: vivevano fra altri poveri e non si accorgevano della propria condizione.

Oggi devono vivere tra qualche ricco, ed è più duro essere povero tra i ricchi. La mia elementare conoscenza della lingua mi fa comunque capire, anche con la traduzione simultanea di Alina, i vari pettegolezzi soprattutto quello raccontato da Irina, la sorella di Alina, che mi fa sorridere anche se con un retrogusto amaro. “Nella casa dove abitava il mio amico saldatore alle Officine Putilov,” esordisce Irina “bisognava chiedere alla signora la lampadina per andare al gabinetto e avvitarla nel suo ricettacolo sopra la tazza.”
“Non dirla grossa!” La interrompo con un sorriso.
“La ragione era semplice,” prosegue Irina “perché nessuna delle quattro famiglie che si dividevano quel gabinetto unico si fidava delle altre e ciascuna difendeva gelosamente la propria lampadina dalla possibilità di furto, essendo le lampadine, come tu ben sai,” rivolgendosi a me “un prodotto rarissimo nei negozi di Mosca.”
La parola “vicino” assume quindi una connotazione sinistra, odiosa nella Russia della coabitazione. Quel rubinetto unico per tutti, quelle lampadine gelosamente avvitate e svitate ogni volta che si deve far pipì e il resto, quella pentola grossa per cuocere il cavolo che ingombra un fornello e occupa una fetta di spazio al fuoco accanto, sono fonti di continui attriti, che si espandono in liti, che dilagano in odi furiosi.
“Sarà un sistema duro, sarà un apparato misero, come dici tu, ma almeno qui sono tutti uguali.” Ribadisce Alina.
E ascolto storie.

Una di queste, che mi hanno assicurato essere vera in quanto accaduta solo tre anni prima, mi colpisce profondamente perché riguarda Olga che amava Vladimir, ma Vladimir amava Oksana.
La storia comincia cosi, come un romanzetto d’amore, come il solito scontatissimo triangolo. Olga era la compagna di Vladimir e i due progettavano un giorno di sposarsi, non appena avessero trovato un appartamento, un lavoro decente, le cose di sempre. Ma Olga rimase incinta senza volerlo, anzi, senza neppure saperlo.
Poiché nessuno le aveva mai detto nulla del sesso, né in casa, né le amiche, né tanto meno a scuola, Olga cominciò a sospettare qualcosa soltanto quando arrivò al settimo mese di gravidanza. Quando lo disse a Vladimir, questi la prese malissimo.
Dopo avere urlato e sbraitato contro quella cretina di Olga, come se le donne restassero incinte da sole, Vladimir cominciò a picchiarla. E se le torture fisiche non fossero bastate, le rivelò che da molti mesi si era trovato un’amante, Oksana, ed era lei, non quella «stupida mucca» di Olga, che lui amava davvero.
Olga scappò da casa. Tornò dal padre e dalla madre, i quali, scoperta la gravidanza, la rispedirono subito da Vladimir, che la riaccolse a botte.
Pochi giorni dopo, Olga partorì in casa, con l’aiuto di una vecchia levatrice di paese che si prestava a far nascere ogni mammifero in quel villaggio, si trattasse di un cavallo o di un essere umano.
Miracolosamente, viste le circostanze, il bambino nacque sano e la madre sopravvisse al parto. Almeno per qualche giorno. Una settimana dopo la nascita, Olga infagottò il suo bambino, una femmina, in fasce strettissime.
Uscì da casa, s’incamminò lungo l’unica strada asfaltata, aspettò che arrivasse uno dei camion che trasportavano tubi di acciaio alla fonderia e si buttò sotto, lei e il bambino.
Morirono tutti e due sul colpo, abbracciati. Una tragedia umana, con un particolare inquietante: tutti e tre i protagonisti del tragico «triangolo» erano ragazzi sotto i quattordici anni.

La cosa aberrante che mi colpisce di questa storia sono la morale, le reazioni e i commenti riportati dagli astanti, quasi tutti contro la povera Olga, la madre suicida.
Aveva avuto quel che si meritava, commentano. Se avesse tenuto le gambe accavallate e fosse rimasta vergine, nulla sarebbe accaduto. Il falso pudore ufficiale, spesso accompagnata al libertinaggio privato, è una caratteristica classica di tutte le società contadine e fortemente dominate dalla tradizione giudaico-cristiana.
Tutto questo avviene mentre i cappotti bagnati, accatastati per terra, fumano nel caldo dell’unico e rumorosissimo termosifone, incapace di fare altro che produrre temperature d’altoforno o di rompersi. È tutto molto tenero, molto umano, molto assurdo e molto russo in questa casa-stanza di forse trenta metri quadrati.
Anatolij Lunaöarskij, leggendario commissario del popolo all’educazione negli anni venti, uno dei cervelli del potere e ancora oggi sepolto nelle mura del Cremlino, teorizzava nel 1922: “Obiettivo principale della rivoluzione è rendere fratelli tutti gli uomini.”
Per arrivarci, secondo lui, nessuno strumento era più diretto e importante se non quello di “… erigere grandi edifici per la vita collettiva dove la cucina, la sala da pranzo, la lavanderia, il nido d’infanzia, la sala di ricreazione costruiti secondo i metodi più moderni e scientifici servano tutti i residenti del palazzo, che vivranno la loro vita in stanze comuni con acqua corrente ed elettricità e in camere private.”

Non c’era nulla di particolarmente originale, ma la differenza è che Lenin e poi il primo Stalin tentarono di metterla in pratica sulla consueta scala gigantesca di tutte le imprese dello Stato sovietico.
Alcuni edifici modello vennero effettivamente costruiti prendendo forma in ciclopiche case-formicaio a Mosca, dove la tragedia di un’utopia divenuta tirannide è ancora visibile nelle microscopiche stanzette-cella destinate al sonno e al cambio degli abiti e a null’altro, visto che ogni altra attività umana, dall’allevare i figli sino al gioco, dalla ricreazione alla lettura, deve essere condotta in comune. Un’altra causa meno ovvia della coabitazione è il desiderio di abitare in centro, o nelle zone meglio servite di Mosca.
Piuttosto che traslocare in palazzi nuovi ma all’estrema periferia, dove i negozi sono rari e ancora più spogli, le strade non asfaltate, sterrate e perennemente fangose o ghiacciate, i servizi di trasporto pubblici imprevedibili e inaffidabili, centinaia di migliaia di persone preferiscono restare accatastate nei vecchi palazzi del centro a darsi di gomito con i coabitanti.
Ancora una volta, dopo aver abbracciato Alina e Irina, m’incammino con un groppo in gola e lo stomaco in subbuglio non tanto per l’abbondante dose di cipolle e cetrioli ingeriti ma per il tipo di società, da me tanto sognata, che si è frantumata davanti ai miei occhi.

Rivedo la storia di Gorislava una delle tante che ho ascoltato stasera e che sintetizza l’essere donna, moglie e madre: la giornata di Gorislava.
La sveglia squilla alle 5,30 sul suo comodino, “una sveglia tedesca” dice lei guardandola con un misto di orgoglio e di odio “che non perde mai un colpo.” Squilla, e la guerra di Gorislava comincia.
Si alza, corre in bagno, sgorga il gabinetto otturato, schiaccia uno scarafaggio nella vasca, la riempie, accende il fornello, imburra il pane per la colazione, scuote i bambini, sgorga di nuovo il cesso, urla al marito che russa, abbassa il fuoco per non bruciare il salame che sfrigola, rattoppa il grembiule di Evgenij il piccolo, avvolge Isakij, il grande, in uno strato di panni contro l'inverno, stira la camicia al marito, toglie il salame dalla padella, dà lo sciroppo per la tosse al più piccolo, serve i figli e il marito, li spinge fuori dalla porta, corre nel bagno, stura il cesso ingorgato, mio dio sono in ritardo, corre fuori dalla porta, scopre che l’ascensore è ancora guasto, rotola giù per le scale, verso la fabbrica di cuscinetti a sfera e la coda nel negozio del salame.
Buongiorno, Gorislava.
Buongiorno a tutte le Gorislave che alla stessa ora del mattino rotolano dai letti per combattere la stessa guerra, friggere lo stesso ripugnante salame che qui serve da colazione, pranzo e cena, e tenere in piedi una casa e una nazione che in cambio ha dato loro settant’anni di stipendi da fame, statue di bronzo, file nei negozi e ora inverni di angoscia e di fame.

La vecchia Unione Sovietica, il corpo fradicio e pesante destagnacíja/em> socialista, si reggeva sulle loro gambe, sul sacrificio indicibile di donne chiamate come tante altre nel mondo a essere spose, amanti, lavoratrici, serve, madri, infermiere, ma in più a dover lottare quattro ore in media al giorno per far la spesa, credendo di essere “avanguardie” in Paradiso.
La nuova Russia barcollante e dolorosa che sta nascendo chiederà loro anche di più: essa camminerà, o cadrà, con le gambe delle stesse donne russe.
L’angoscia del vivere quotidiano è troppo forte, quando il pensiero corre a quella pentola vuota, sul fornello spento di una cucina di un appartamento in coabitazione, perché chi ha la responsabilità della casa possa indulgere ai piaceri intellettuali della libertà.
Nell'antico dilemma fra pane e libertà che da sempre tormenta la Russia incapace di dare insieme l’uno e l’altra, molte donne rischiano di scendere in campo dalla parte del pane.

Daniele Ossola - scrittore e regista

Sono autore e commediografo, in cerca di contaminazioni culturali
Ho all'attivo la pubblicazione di decine tra romanzi, racconti e sceneggiature.

Oggi mi dedico a creare occasioni di scambio culturale col pubblico grazie alla realizzazione di eventi, recital e presentazioni che coinvolgono attori, musicisti e artisti visivi a partire dalla mia parola scritta.


Guarda l'intervista a Casa Sanremo Writer 2025


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