Non solo apartheid

racconto storico

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Daniele Ossola

Non solo apartheid

racconto storico

Estratto dal romanzo "Identità in conflitto - Africa e dintorni”


“Negli anni ‘60, più di tre milioni di neri bantu furono sfrattati con la forza dalle loro case e relegati nei bantustan. Furono privati di ogni diritto politico e civile e, per quanto riguarda l’istruzione, potevano frequentare solo scuole agricole o commerciali speciali. Se ancora oggi tu vai in un negozio, prima devono servire te, perché sei bianco, poi i neri che devono esibire speciali passaporti interni per muoversi nelle zone bianche, pena l’arresto. Anche lungo le spiagge di Durban era stato installato un grande cartello, in lingua inglese, afrikaans e zulu, con un avviso ai bagnanti che la spiaggia di Durban era riservata «ai soli componenti del gruppo razziale bianco».”

Vedevo il mio amico mentre, corrucciato e con il collo allungato, guardava le bianche nuvole e l’intenso verde dell’Africa centrale. Aveva forse paura di chiedere altro o già s’immaginava cosa l’avrebbe atteso dopo l’atterraggio all’aeroporto di Johannesburg?
Nel 1975, il governo sudafricano decise di imporre la redazione di ogni norma giuridica in lingua afrikaans. La legge fu estesa a tutte le scuole, imponendo che le lezioni fossero tenute metà in inglese e metà in afrikaans. “Diverse personalità si stanno tutt’ora battendo contro il regime di segregazione, come Nelson Mandela che è stato incarcerato nel 1963. La filosofia originaria dell’apartheid affermava di voler dare ai vari gruppi razziali la possibilità di condurre il proprio sviluppo sociale in armonia con le particolari tradizioni, secondo la teoria dello «sviluppo separato».” Continuai deciso: “Era una sorta di applicazione dell’autodeterminazione dei popoli, un eufemismo perché si trattava in questo caso di un brutale separatismo e di una rigida segregazione razziale.” ?

Stachys era riuscito a riprendersi dalle sue riflessioni.
“Oltre che sul razzismo scientifico, importato dal colonialismo britannico, vi era una componente razzista piuttosto chiara…”
“Soprattutto religiosa di origine calvinista-olandese” precisai “su cui si basava la giustificazione teologica della separazione delle razze. Durante la seconda guerra mondiale, molti gruppi politici afrikaner si opposero in modo netto all’intervento sudafricano a fianco degli Alleati, spesso esprimendo in modo piuttosto esplicito la loro simpatia per il nazionalsocialismo hitleriano. Sebbene queste posizioni non riuscissero a diventare predominanti e a influenzare il ruolo del Sudafrica nel conflitto, emersero in modo netto nel secondo dopoguerra, quando la scena politica sudafricana venne dominata dai nazionalisti del National Party.”

Senza alcun particolare contrattempo riuscimmo ad arrivare a destinazione.
Il nostro piccolo appartamento era composto da due camere da letto, un corridoio, una lunga cucina occupata da un armadio, una cassettiera e un ripiano di marmo con un fornello elettrico, un bollitore e un lavello. C’era anche il bagno privato. Decidemmo che non sarebbe stata necessaria la presenza di un domestico. A quale scopo? Sarebbe stato più che altro un fastidio.
Nelle case, si presentavano di continuo uomini in cerca di lavoro. Di solito, laddove c’era un numero ragguardevole di personale, la selezione era a cura del cuoco e gli altri domestici, che li consideravano come concorrenti, non li volevano attorno. Ma la notizia che nel nostro edificio volessimo cercare un boy si diffuse in un lampo. Più volte di sera, quando eravamo in casa, qualcuno bussava alla nostra porta implorando: “Ho bisogno di lavorare.” E così via.
“Se lo avessimo assunto, magari...” Tentò timidamente il mio amico.
“Innanzitutto dovrebbe venire ogni mattina e tornare indietro la sera, e dal ghetto più vicino a qui ci sono almeno cinque chilometri. Salvo che stia a vivere con noi, su un letto in corridoio. Non abbiamo bisogno di un domestico. Lo vedi anche tu.” Attaccai alla porta un grande cartello con la scritta: “Non chiedete lavoro. Qui non ce n’è.” Stachys era inorridito.

C’erano altri cinque appartamenti come il nostro nell’edificio e per ognuno la presenza del boy era assicurata. Chi non riusciva a trovare lavoro doveva cercarsi una sistemazione altrove, in periferia, nei ghetti bantustan. Questo significava arrivare ogni mattina in città e andarsene la sera in tempo per evitare il coprifuoco delle otto.
Che cosa facevano? Bighellonavano per le strade o trovavano qualche casa amichevole i cui occupanti li facevano sistemare sul retro.
Dovetti partire per Cape Town, poiché tutta la documentazione era in ordine per poter effettuare il cambio di proprietà delle navi.

Al mio rientro a Johannesburg, ritrovai Stachys: un fiume in piena.
Mentre ero immerso e concentrato fra numeri e vari contratti correlati, l’amico mi raccontò il peregrinare per le vie del centro, alla Victoria Station e, rigorosamente in taxi, a Soweto. Le insegne davanti ai negozi e nei pressi dei servizi pubblici che scombussolarono la sua sensibilità furono: «WHITES ONLY», «WHITE AREA», «EUROPEANS ONLY», «FOR USE BY WHITE PERSONS», per non parlare del cartello stradale di accesso a un bantustan «CAUTION BEWARE OF NATIVES».
“Sono entrato in un bar gestito da un nostro connazionale di Patrasso il quale, ricordando amabilmente e con nostalgia la Grecia, mi ha raccontato che tra le tante restrizioni riguardanti i neri, una consiste nell’impossibilità di ottenere licenze per il commercio.” L’agitazione del mio amico pareva al culmine quando mi spiegò cosa aveva visto.
“Mi è capitato anche di passare davanti alla sede di una nota azienda italiana del gruppo ENI, dove ho notato un giovane distinto, in giacca e cravatta, urlare e prendere a calci nel sedere un nero, magrissimo e brizzolato, perché non gli aveva lavato a dovere la sua auto.”

Un dato statistico, che forse Stachys non conosceva, attestava che in Sudafrica, mentre i neri e i meticci coloured (termine spesso usato per definire tutti i neri) costituivano l’80% circa della popolazione, i bianchi, pur in un rapporto di assoluta minoranza, detenevano il potere dividendoselo tra coloni di origine inglese e afrikaner.
Gli afrikaner, che costituivano la maggioranza della popolazione bianca, erano da sempre favorevoli a una politica razzista, mentre i sudafricani di origine inglese, nonostante il sostanziale appoggio dell’apartheid, erano più concilianti nei confronti dei connazionali neri.
Molti potenziali immigranti bianchi continuarono a giungere alla ricerca di opportunità economiche legate ai giacimenti di minerali preziosi quali oro, argento, platino e diamanti, ma poi scapparono per l’insicurezza derivante dalla guerra civile.
Erano minatori, lavoratori, vittime come i loro colleghi neri, non solo di feroci ritorsioni perpetrate dalle varie proprietà a fronte di migliori richieste in merito alla sicurezza sul lavoro, ma discredito anche da parte del sindacato.
Un numero considerevole non era interessato a stabilirsi lì in modo permanente.
Infatti, secondo alcuni studiosi dell’epoca, il patriottismo nella comunità bianca era «superficiale» a causa del suo carattere essenzialmente legato all’opportunità economica. Inoltre, gli immigrati bianchi tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70 erano per la maggior parte lavoratori non qualificati che facevano concorrenza alla forza lavoro africana nera del paese e non contribuivano con abilità tecniche o professionali allo sviluppo auspicato dai manager.

“Caro Stachys, la Storia ci ripresenta in continuazione, in modo quasi frenetico e ossessivo, vicende che narrano di esodi, deportazioni, sradicamenti di etnie autoctone dietro il paravento dello sviluppo economico.” “Certo” riprende Stachys “che i coloni europei nel ‘700-‘800 hanno distrutto se non ridimensionato in termini numerici intere tribù indiane dell’America del Nord: Sioux, Apache, Comanche, relegati in riserve…”
“Per non parlare degli stati europei che a tavolino si sono spartiti l’Africa occupando e sfruttando territori, lasciando ai locali le briciole. I Bantu, i Boscimani e gli Zulu esistevano prima che arrivassero gli Olandesi e i Britannici…”
“Io ho terminato di fare i bagagli. A che ora hai prenotato il taxi per l’aeroporto?”

Daniele Ossola - scrittore e regista

Sono autore e commediografo, in cerca di contaminazioni culturali
Ho all'attivo la pubblicazione di decine tra romanzi, racconti e sceneggiature.

Oggi mi dedico a creare occasioni di scambio culturale col pubblico grazie alla realizzazione di eventi, recital e presentazioni che coinvolgono attori, musicisti e artisti visivi a partire dalla mia parola scritta.


Guarda l'intervista a Casa Sanremo Writer 2025


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I miei ultimi romanzi:
"Dubbi e tensioni di un giovane investigatore" (Macchione, 2024)
"Identità in conflitto - Africa e dintorni" (Placebook Publishing, 2023)

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