IL DELITTO DELL’ISOLINO

Scrittore Regista Attore

IL DELITTO DELL’ISOLINO

Anni trenta. In un periodo di forti tensioni spirituali, in cui la religione è soltanto quella cattolica; in cui si ama la Patria, si onorano i caduti, ci si toglie il cappello in segno di deferente saluto innanzi al Tricolore. Sono i tempi in cui Alfredo Binda e Learco Guerra trionfano in tutto il mondo e sono anche i tempi di Combi, Rosetta, Caligaris e di Fulvio Bernardini.

Novembre 1928. Come ogni anno, giungono ad Angera due mercanti milanesi per partecipare, con le loro merci, alle varie fiere che si tengono nei paesi delle due sponde del lago. Arrivano la sera di giovedì 1, sotto una pioggia insistente e prendono alloggio presso la locanda del Brovelli di fronte al porto.

Pinùn Sidèla, uno del luogo, giovane ventenne alto, muscoloso, con due spalle da cavatore di pietra e che nutre grandi ambizioni, vive in una fatiscente casupola, adibita anche a ricovero attrezzi. 

L’edificio, che all’interno dispone solo di una branda, di un tavolo con due sedie e di un armadio con ripiani che funge sia da porta vestiti che da dispensa, è appoggiato sulla collina di San Quirico, circondato da vigneti, con splendida vista sulla Rocca Borromeo e Arona e da dove si possono vedere i piroscafi che partono e arrivano ad Angera. Rubinetto di acqua corrente e buca per i servizi igienici, circondata e ricoperta da lamiere, sono all’esterno, sotto i grossi rami di una pianta di fico addossata all’edificio.

Facciamo un passo indietro. Il giovanotto, dopo la perdita del papà ardito deceduto sul Piave con molti altri commilitoni della 4ª Armata del generale Gaetano Giardino, è vissuto con mamma Ernestina nella vecchia cascina lungo la strada per Ranco. 

La mamma, di mattina, si occupava delle pulizie nella locanda del Brovelli e nel pomeriggio sgobbava nell’orto. Oltre che preparare il burro con la pinagia, ogni quindici giorni scendeva al lago a fare il bucato portando sotto braccio la brèla e il secchio dei panni sporchi. 

Pinùn, il bambinone che aveva ormai dieci anni e che aveva abbandonato la scuola, terminando però la terza elementare, rimaneva seduto davanti alla locanda, solo al mattino per stare vicino alla mamma, su un vecchio secchio di lamiera col fondo rivolto verso l’alto. 

Con in bocca sempre una crosta di pane raffermo, guardava il porto, i canneti sulla sinistra e il profilo di Arona alla sua destra. Queste ore interminabili trascorse nei suoi pensieri, seduto sul secchio con la schiena appoggiata al muro, gli avevano attribuito il perenne appellativo di Sidèla. 

A quei tempi un soprannome valeva più del nome di battesimo tanto che ai funerali sui fogli incollati ai muri, oltre al nome e al cognome era stampato, tra parentesi o in corsivo, l’identificativo dove, nel limitato universo locale, il defunto o la defunta erano riconosciuti. 

Nel pomeriggio faceva il garzone presso il fabbro del paese.

La mamma, nel pomeriggio, andava da sola a pescare, con un piccolo retino. Era giusto il necessario per sopravvivere, senza bisogno di licenza grazie ai benefici dell’Uso Civico di Pesca Angera–Ranco, risalente al 1623. Il Re di Spagna Filippo IV nel documento di concessione del Feudo di Angera al Cardinal Federico Borromeo, citava testualmente: “… decreto che la pesca che altre volte ebbero i predecessori di questo feudo, fino alla metà del lago rimanga riservata così che i pescatori della detta terra e i suoi abitanti la possano liberamente godere.”  

A quattordici anni Pinùn perdette anche la mamma, annegata nelle acque tra Ranco e Angera a causa di un’onda improvvisa causata dall’Inverna che le fece ribaltare il sandolino.

Pinùn oggi lavora come aiuto motorista sulla “Fior d’Arancio”, solo durante i mesi estivi. In questi anni la Società Subalpina di Imprese Ferroviarie – Navigazione Lago Maggiore annovera nella sua flotta tanti “fiori”, ovvero piroscafi dai nomi gentili come il “Fior d’arancio” (ormai consacrato alla storia per le fruttuose escursioni diplomatico-sportive di Austen Chamberlain e Aristide Briand in occasione della Conferenza di Locarno del 1925), l’”Azalea”, il “Camelia” e il “Magnolia”. Questi piccoli e graziosi battelli dal nome floreale, sono utilizzati per le così dette corse povere di centro lago, dove disimpegnano una sorta di servizio tranviario che si rassegna a molte tappe e si accontenta di poca gente.

El Sidèla, sopraffatto dalla monotonia del lavoro, dalla scarsa remunerazione e oberato dai debiti di gioco, è alla costante ricerca di un qualcosa che gli possa far cambiare tenore di vita. 

Siamo in piena epoca fascista con l’Impero e con la consapevolezza, ancorché gratuita, di appartenere ad una potenza mondiale di cui è un diritto vantarsi; in cui da ariano ci si ritiene “superiori” alle altre razze. C’è però da obbedire al regime, al padrone, obbedire al prete. 

Il suo sogno è vivere a Milano e non immaginare una parvenza di benessere solo quando si concede rare puntate a Varese, ovviamente in tram che parte dal lungolago. Per annegare i dispiaceri, quella sera, scende in piazza alla locanda per farsi un bicchiere di rosso.

Un uomo, dalla minuta corporatura e con una folta e bianca capigliatura arricciata, si avvicina al bancone. Il locale è ormai quasi vuoto e soltanto dal tavolo d’angolo, in fondo alla stanza, giungono le voci di tre avventori di cui due, con forte accento milanese, ebbri di vino, cantano e ridono. Il terzo è il Sidèla.

L’uomo dai capelli ricci non ha espressioni sul volto. Guarda il tavolo con aria disgustata ma trattenuta. Stringe in mano i soldi per pagare. Apre la mano, posa le monete, guarda le sue dita sporche, gira lo sguardo ai tre avventori incrociando lo sguardo del Sidèla, paga ed esce là dove il silenzio è pieno del rumore dell’acqua che continua a scrosciare e dove le ombre sono scomparse da un pezzo. 

Sul selciato di sassi lucidi, solo il battito legnoso dei suoi zoccoli.

Nella taverna i due giovani mercanti, Dario Lanfranchi e Mario Frigerio arrivati in serata da Quarto Oggiaro, continuano a far festa e Pinùn con loro. Domani, 2 novembre, dovranno andare ad Arona anche se, visto il tempo e con il lago che minaccia la piena, potrebbero sorgere dei problemi. Hanno fatto un lungo viaggio ma questa è la vita del mercante.

Pinùn Sidèla conosce bene che tipi sono i mercanti vedendoli scendere a Stresa con le loro mercanzie di ogni tipo. Loro viaggiano, s’arricchiscono, fanno la bella vita. Non come lui che, all’età di vent’anni conosce vagamente Stresa, Intra, Laveno, Arona, Angera, Varese e continuerà a condurre la sua insipida esistenza per tutta la vita. Lui, che tanto vorrebbe dalla vita.

Nella locanda non c’è più nessuno. Brovelli ha già spento le candele e la sala rimane illuminata da una fioca lampadina appesa al soffitto. Pinùn esce e i due mercanti, assonnati, salgono le scale al primo piano, dove sono le camere. Si salutano, augurandosi la buona notte.

Pinùn rimane al buio, sotto la grondaia della locanda e non riesce a decidere se tornare a casa o meno. Pensa ai due mercanti, alla loro bella spensierata esistenza e pensa alla sua, fatta di sacrifici, ai suoi debiti che lo soffocano e gli impediscono di vivere in modo decente. 

Si accende una sigaretta e nella sua mente passa in rassegna la merce dei mercanti: tele d’ogni sorta, stoffe indiane, pizzi delle Fiandre, sete … Chissà a quanto ammonterà il loro valore stipato nella Lancia Lambda Torpedo parcheggiata nel cortile.

Pinùn non sa darsi pace, mentre un pensiero sottile e atroce, ma seducente, si annida nella sua testa. ”Ma cosa sto pensando?” si dice. “No, no …” picchiando i pugni sul muro di sasso della locanda. E’ agitato.

Come incubi feroci le sue preoccupazioni tornano ad assalirlo: i suoi debiti, i suoi vent’anni, il suo futuro. E nelle stanze sopra la grondaia, che non riesce più a contenere il diluvio d’acqua, i due mercanti dormono il loro sonno di pace.

Il demone della persuasione si fa largo, sbaraglia il campo, sopprime ogni indecisione, penetra vincitore nella sua mente. Prende la decisione.

Correndo sotto la pioggia attraversa la strada, ormai invasa dall’acqua del lago in piena, raggiunge una barca, affondando le gambe fino alle ginocchia, scioglie il catenaccio che la lega in modo grossolano a un platano e la porta quanto più possibile verso la locanda. 

Visto l’approssimarsi della piena, i pescatori non fissano le loro barche in modo definitivo. Ogni tanto fanno una capatina a riva per vedere il livello del lago e cassano la cima verso il punto di attracco. 

Fissa provvisoriamente la cima dell’imbarcazione a un palo piantato lungo il marciapiede. Anche l’illuminazione pubblica gli sta dando una mano: l’impianto elettrico generale è saltato e Angera è al buio più completo. Afferra lo stiletto che porta sempre legato al polpaccio, armeggia, fino ad aprire il portone d’ingresso e, coperto dal rumore assordante della pioggia, sale verso le camere lasciando l’anta del portone accostata. 

Conosce bene il locale perché da ragazzo faceva piccoli lavoretti di meccanica: tutto quanto fosse di ferro, ghisa o acciaio rappresentava il suo piccolo mondo.

Pinùn s’avvicina alle due stanze adiacenti del piano superiore. Giungono i versi del russare.

“Ma che faccio?” si chiede ancora per un attimo. Tira lentamente il cordino del chiavistello che penzola all’esterno e spinge l’uscio della camera tre. La porta si apre e appena riesce a scorgere la sagoma informe di uno dei due mercanti, s’avvicina con passo felpato. Esita. 

“Ma chi sono io? Un assassino sono”. Afferra lo stiletto. Indugia. “La sua vita … la mia vita”. Pinùn non sa, vorrebbe andarsene ma intanto solleva il braccio armato e vibra il colpo. Affonda lo stiletto fino in fondo nel petto, poi un altro colpo ancora, con la furia di un cane arrabbiato.

Veloce e utilizzando la stessa tecnica, entra nella stanza numero quattro e l’altro mercante, forse disturbato dal rumore proveniente dalla camera accanto, si desta e, con gli occhi pesanti di sonno, non capisce quel movimento d’aria che porta un braccio a colpirlo al torace. Un urlo soffocato gli fa dire “ Signuuur…” per poi sfuggirgli dalle labbra.

Pinùn, ansimando, continua a colpirlo rabbiosamente alla vita.

Così, in due dolorosi attimi notturni, si conclude ad Angera la dolce esistenza dei due mercanti milanesi in Torpedo.

Pinùn si affretta. Cerca i soldi nelle due stanze. Ora non ha più indugi. Quel che andava fatto è stato fatto. Pulisce lo stiletto nei pantaloni e lo ripone dove stava. Adesso occorre fare in fretta perché tra qualche ora il chiarore non l’aiuterà.

Si carica in spalla l’ultimo cadavere, scende le scale, apre il portone d’ingresso con un piede e si dirige con passo svelto alla barca sistemando a poppa il fardello. 

Ritorna di corsa all’ingresso e, sempre con la massima circospezione, risale alla camera tre per prelevare il primo cadavere. Ripete gli stessi movimenti precedenti scaricando il morto a prua della barca, per equilibrare i pesi, e ritornare velocemente a chiudere il portone d’ingresso della locanda.

Scioglie dal palo la cima della barca spingendola, con fatica, verso il lago. Sale a bordo e, remando in piedi il tre assi da pesca, si dirige verso l’Isolino Partegora, l’Isulin per gli Angeresi , una verde isoletta distante poche decine di metri dal porto di Angera.

Alle sette in punto del mattino Rosetta, la moglie del Brovelli, sale verso le camere dei due milanesi per dar loro la sveglia. Il profumo di latte appena bollito danza dalla cucina verso le camere quasi a risvegliare, col profumo di questo bianco nettare munto solo da un’ora, le menti ottenebrate degli ospiti. 

Un urlo squarcia il primo piano diffondendosi alla sala sottostante dove il Brovelli, non capendo cosa possa essere successo, sale verso la moglie che, tremante, gli indica i due letti vuoti con le lenzuola sporche di sangue. 

“Oddio” esclama il marito. “Oh, Gesù ma cos’è successo?” Queste parole non fanno che aumentare i singhiozzi e le lacrime di Rosetta che, impaurita, rivolgendosi con gli occhi sbarrati al marito lo implora: “Vai dal Podestà o dal Maresciallo, prima di essere coinvolti in questa storia!” 

“Ma cosa dici!” la ferma il marito abbassando la voce e stringendo i denti. “Rendere pubblica la notizia vuol dire dichiarare la nostra rovina. Non capisci? Tutti i sospetti, che certamente ricadrebbero su di me, le minacce, le perquisizioni … In fondo quei poveretti venivano da Milano … la loro scomparsa non la noterà nessuno. Dai, ci penso io. Tu lava subito le lenzuola con la candeggina e passa acqua abbondante sul pavimento che io pulisco le scale e il salone e poi vado a spostare la macchina nel locale sotto il fienile. Tanto ho le chiavi. Me le son fatte lasciare ieri sera perché il Gnazi deve uscire col trattore e così nessuno vede niente”.

Qualche ora prima il Sidèla aveva legato i due cadaveri con la cima dell’àncora della barca e li aveva gettati, àncora compresa, in acqua oltre l’Isolino, verso sud in modo che la corrente potesse portare i due corpi, senza farli galleggiare, verso il Ticino. La piena del lago sarebbe durata a lungo e i due cadaveri avrebbero saziato i pesci del golfo di Angera per un po’ di tempo. Si era anche premurato di riportare il tre assi al suo posto, riannodando la catena allo stesso platano. 

Sempre sotto una pioggia incessante, che gli aveva lavato i residui di sangue dal mantello e dai pantaloni, il Pinùn era tornato al cortile della locanda, aveva forzato la serratura della Torpedo e si era caricato sulle spalle tutta la mercanzia, avvolta in sacchi di juta, che era in grado di trasportare. Infine si era diretto verso la sua baracca in collina per accendere il fuoco, contare i soldi che custodiva ben nascosti all’interno della camicia e far asciugare le preziose merci che aveva appena rubato.

Pinùn si rallegra. E’ il tempo di cogliere i frutti del suo coraggio. I soldi sono lì per lui e a lui pare non siano mai stati di altri se non suoi.

Nei giorni successivi paga i debiti ma, soprattutto, paga l’amicizia, la compagnia, la gioia. I soldi, lo sapeva anche lui, finiscono in breve. E allora? C’è la roba, quella sì che vale e vale parecchio.

Si mette in contatto con alcune venditrici ambulanti di Sesto Calende e, in gran segreto, consegna loro dei capi da vendere. Roba da poco … qualche fazzoletto ricamato, dei panni di Fiandra, giusto per ricavarci qualcosina. Ma non basta. La vita, la bella vita, la nuova vita è cara, è costosa da vivere. Ne è ben conscio.

“Va bene”, si dice, “andrò io al mercato con la roba buona. Vado lontano per non dare troppo nell’occhio. Tanto, chi mai potrà dubitare qualcosa? E ai mercati di Luino, di Laveno e di Gallarate Pinùn è lì a vendere tappeti persiani e pizzi. E la gente acquista perché il giovane ha prezzi molto bassi per merce così bella. La voce si sparge e la gente accorre.

“Pinùn”, gli chiedono, “da dove viene tanta grazia di Dio?”. “E’ un mercante, un importatore svizzero, di Bellinzona, che mi ha incaricato di vendere …” Risponde un po’ impacciato. 

Gli fanno, in tanti, troppe domande. Non è più tranquillo. Raccoglie ogni cosa e se ne va. 

E giunge il tempo del rimorso. 

“Tutto è passato, ogni pericolo, ogni affanno. La mia vita è cambiata, sono felice ora. Gli amici mi cercano, mi amano. Non mi hanno mai cercato con tanto affetto, con tanto ossequio. Ma … perché questo pensiero che continua a corrodermi? Questo morso nell’animo che ogni tanto mi tortura e mi sconvolge? Maledetti! Lo so, siete voi che mi graffiate la coscienza. Ormai voi siete morti, non esistete più. La vostra roba non può più servirvi e io, la vita, non ve la posso rendere. E’ andata così, me la vedrò io con la giustizia divina, un giorno, ma voi lasciatemi stare, non mi torturate, non amareggiate questo mio lieto vivere!”

E Pinùn lo vuole il lieto vivere. Lascia la Navigazione, va via da Angera e parte con gli amici più fidati, così lui pensa, di paese in paese senza sapere il significato di questo peregrinare. Gli sembra quasi di sfuggire dagli incubi che lo circondano e lo rincorrono, ai fantasmi dei due mercanti che sono sempre lì, nei momenti di solitudine, pronti ad afferrargli l’anima. E allora fugge, correndo di qua e di là, dove non vi sia tempo e spazio alla solitudine.

Sa bene lui come vivere il suo tempo!

Circa quattro mesi dopo lo scellerato delitto e l’aver calato i cadaveri nelle acque prospicenti l’Isolino (siamo a febbraio del 1929), giungono ad Angera due forestieri. 

Uno è un commerciante, Ambrogio Frigerio fratello maggiore del mercante ucciso, mentre l’altro è una sorta di guardia del corpo: un miliziano fascista che viaggia vestito in abiti borghesi ma con una Beretta 1915 calibro 7.65 nella tasca interna del cappotto.

Sono arrivati da Milano perché ad Ambrogio Frigerio era capitato di ritrovare parte della mercanzia di suo fratello scomparso venduta a Gallarate a bassissimo prezzo, destando in lui prima curiosità e poi preoccupazione. Cercando, chiedendo e informandosi, alla fine i due forestieri milanesi arrivano sul lungolago, alla locanda del Brovelli.

Il locandiere, pur di non avere fastidi, racconta dell’improvviso cambio di abitudini di un giovane del paese, di nome Pinùn, ma del quale ha perso le tracce perché se n’è andato da Angera e nessuno sa dove si sia ficcato. 

“Non c’è dubbio”, concordano i due forestieri dopo aver sentito anche altre persone che acquistavano nei mercati del medio-basso Verbano. “Il giovane fuggito, deve saperne qualcosa. E’ necessario trovarlo e interrogarlo.” 

Con l’aiuto di commercianti compiacenti, forse impressionati dal burbero aspetto di quell’individuo che mostra loro un tesserino di riconoscimento, tanto da renderli subito disponibili, i due iniziano la ricerca. 

Arrivano a Laveno, dove vengono a sapere che Pinùn è a Luino. Giunti a Luino scoprono che il giorno addietro era partito per Maccagno. E finalmente, a Maccagno, il giovane viene acciuffato mentre, nel bar della piazza, sta bevendo un caffè. 

I due accostano l’auto al marciapiede fuori dal locale, scendono, entrano decisi e, in base alle indicazioni ricevute, lo affiancano, gli fanno qualche domanda e quando Pinùn capisce chi ha di fronte, non oppone resistenza. Forse, in fondo al suo cuore, è contento, sa di non dover più fuggire i suoi fantasmi. 

La corsa è finita, ha bisogno di pace, di riposare. China il capo, offre i polsi alle manette e per istinto si guarda le mani, le sue mani … bianche, belle, pulite. Subito dopo le vede lorde di sangue innocente e cerca di pulirle passandosele sui pantaloni con forza. 

La gente curiosa ed eccitata si fa attorno, chiede, non riesce a capire. Il miliziano, in modo perentorio, si fa largo e lo conduce con solerzia all’auto che nel frattempo Ambrogio Frigerio aveva provveduto a mettere in moto e ad aprire la portiera posteriore, quella dietro il passeggero.

Ormai si è fatta sera. Mentre si stanno dirigendo verso Angera, un silenzio pesante accompagna il loro tragitto. A un tratto: “Siii!” urla Pinùn alzando il capo verso l’alto in una sorta di eccitazione incontrollata, “sono stato io, li ho uccisi io!” iniziando una delirante e circostanziata descrizione dei fatti accaduti. 

Una confessione. 

Superata Laveno timidamente illuminata, l’auto costeggia il lago viaggiando oltre Cerro. Dopo Monvalle, in località Bozza, Frigerio vede un folto bosco situato sulla destra, che si stende verso il lago. Entra, percorrendo una stretta strada sterrata e, arrivato in un tratto dove questa si allarga creando una sorta di bolla, spegne il motore.

 Nel silenzio più assoluto, i fari illuminano un intreccio di rami e di tronchi di piante di sambuco, betulle e pioppi con arbusti e felci che impediscono l’attraversamento del bosco.

I due fanno scendere Pinùn con lo sguardo ormai inebetito e assente. Scruta nel buio a ricercare i volti dei suoi fantasmi. Vede anche quello dell’uomo dai folti capelli bianchi che lo sta osservando, con i suoi occhi verdi come due lame che affondano lo sguardo nella sua anima. Il fantasma ha un leggero fremito del capo, un moto di ribrezzo e di pietà, pietà per gli uomini scellerati e buoni, potenti e vinti. Solo uomini, davanti a Dio, qualunque sia stata la storia di ciascuno di loro. 

Ogni volto che vede, a Pinùn pare un fantasma accusatore e allora, soltanto allora, comprende che questi fantasmi vivono ormai nel suo cuore ad attendere la sua fine per poi catturarne l’anima colpevole. 

Ha un capogiro, vorrebbe lasciarsi andare, morire subito, ora. 

Due colpi della Beretta 7.65 che gli entrano dalla nuca con un rumore ovattato lo fanno sobbalzare e cadere morbidamente su un folto gruppo di felci che ne attutiscono il tonfo.

Anche lui, come i due mercanti che ha calato a fondo nei pressi dell’Isolino, non avrà un funerale. I due milanesi, armati di pala, stanno scavando una fossa che possa, quanto meno, coprire il corpo di Pinùn. Ci penserà poi la vegetazione spontanea a occultare meglio il cadavere. 

Niente funerali, niente parenti, né amici, né preti, né omelie, né rosari. Niente croci o lumi.

Amen.

Ritornati ad Angera con le importanti informazioni ricevute da Pinùn, mettono alle strette Brovelli il quale, di fronte al tesserino di riconoscimento del miliziano, racconta tutto quanto riguarda la mancata denuncia dell’accaduto e l’occultamento della famosa Torpedo nascosta sotto un grande cumulo di fieno.

S’impegna a restituire al fratello del mercante ucciso la quasi totalità del valore rappresentato dalla vendita della locanda. La parte restante del guadagno gli servirà, due anni dopo, per pagare il viaggio di sola andata sulla nave Augusta, con partenza dal porto di Genova, destinazione Massaua. 

Per gli Angeresi apparirà un patriota che, spontaneamente, si recherà nelle Colonie del Corno d’Africa a supportare l’impresa fascista.

Sarà invece un forzato, con mansioni di furiere presso la Caserma Arrighi, un avamposto a Kululli nella depressione della Dancalia Eritrea al confine con l’Etiopia, all’apparente ricerca di una nuova vita, sradicato senza appello dalle proprie abitudini.

Niente amici, niente clienti, né moglie, né processioni dove aiutava a portare la Madonna. Niente lungolago e Isolino.

Solo deserto.

 

Questo racconto è un’opera di fantasia che racchiude realtà e immaginazione creativa. Alcuni personaggi e luoghi citati sono in parte reali con il solo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone vive o scomparse è assolutamente casuale.

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