IL GUARDIANO DEL PARCO   

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IL GUARDIANO DEL PARCO   

Bruno è il guardiano del parco. 

Ha una memoria ottima. La fermezza della sua possente struttura, propria della Bassa Padana, fortificata dall’umido, gelido e afoso clima delle vaste distese dei campi, gli hanno fatto una testa così poderosa che, quando fa a botte, appena si accorge dei colpi che riceve, sorride; e quando ci si scolpisce dentro qualche cosa, nulla più lo può cancellare. Non ha mai dimenticato niente. Concepisce le cose in modo tanto più vivo e netto, giacché la sua infanzia non è stata sovraccaricata con le inutilità e le scempiaggini che affliggono la nostra; e le cose gli entrano nel cervello senza nebulosità. E’ una persona semplice, mentalmente poco sviluppata.

Tanto è vero che un giorno il prete, Don Crispino, per conferirgli un po’ di autostima, decise di fargli leggere il Vangelo di Marco. Bruno divorò le pagine con gran piacere ma, siccome non sapeva né in che tempo né in che luogo tutte quelle avventure narrate in quel libro erano capitate, non ebbe nessun dubbio che la scena si svolgesse lungo gli argini del Po e giurò che avrebbe tagliato la testa e le orecchie a Caifa e a Pilato, se mai gli fossero venuti tra le mani, codesti mascalzoni. 

Adesso è lì, preso dal suo nuovo lavoro. Dagli stivaletti con suola spessa e tacchi spropositati, spuntano due sottili gambette che hanno l’ingrato compito di sorreggere un corpo voluminoso. Proseguono come bastoni nodosi ricoperti, in prossimità delle ginocchia, dai pantaloni rivoltati.

Nonostante la sua età abbia ormai raggiunto i quindici lustri, si diverte ad assumere la posizione dei fenicotteri che abitano lo stagno. 

Con la gamba destra piegata ad angolo acuto, sorride e il pesante labbrone inferiore che penzola si abbassa ancor di più mentre quello superiore assume la forma di una sottile lama che taglia in due il suo viso. L’apertura delle labbra mette in mostra una doppia arcata armoniosa di bianchi e lucenti denti, simili a steccati, dove le punte sono tutte arrotondate allo stesso modo, impedendo la distinzione tra incisivi, canini e premolari. 

Sembrano due stampi in PVC, made in China, a un dollaro al pezzo.

Improvvisamente, vede arrivare un turbine impetuoso. Esce dallo stagno, correndo in modo goffo a causa degli stivali che s’incollano nella melma, e si dirige verso la casupola. Non ce la fa. Una nuvola di sottile pulviscolo lo avvolge in un turbinio che, violentemente, assume la forma di una campana dove Bruno ne rappresenta l’immobile battacchio. In quella posizione rimane, non si sa per quanto tempo; sufficiente per ricordargli un’analoga esperienza, l’autunno scorso, lungo il Lido di Ostia dove una sera, colto da un’analoga tromba d’aria, non era riuscito a raggiungere la pensione Palmira. Il sogno lo avvolge portando quella vicenda violentemente al presente. 

Vede una signora di mezza età che, colpita da due lunghe gambe spuntare dalla sabbia, mentre cammina lungo la battigia, dopo un attimo di esitazione, esclama: “Li mortacci tua e de tu nonno… e cchi è ‘sto qquà!” – gli si avvicina e lo sveglia – “Ehi signore, buon giorno!”

Bruno, abbassando leggermente l’asciugamano all’altezza del naso, si tocca il volto, le ossa, si guarda in giro e le chiede dove si trova.

“Io mi chiamo Adelina, Lina a reggina der Tufello, siamo a Ostia … a du passi da Roma. Ha mai sentito parlare di Roma Caput Mundi?” – gasata perché intuisce che è un turista – “Semo noartri er mejo der monno!”

Bruno si alza e, oltre ad aver ripreso coscienza, porge la mano ad Adelina e si scusa per il suo abbigliamento: “Vengo da Crema … mi chiamo Bruno Colombo, ma tutti mi conoscono come BiCi, dalle iniziali del mio nome e cognome, e poi perché uso la bicicletta nel mio lavoro di guardiano in un parco lungo il Po. Ieri sera, mentre stavo rientrando alla pensione Palmira, sono rimasto bloccato da una bufera di sabbia e poi, dalla paura, mi sono coperto con l’asciugamano, ho chiuso gli occhi e mi sono addormentato. Sono qui in vacanza. Il prete del mio paese mi ha detto di venire a scoprire le ricchezze di Roma.”

“Ricchezze? Ma quali ricchezze. Deve sapere, signor Bici, che tutte le ricchezze, accumulate dai nostri antenati, se le ssò maggnate tutte … e semo rimasti con un sacco di problemi. C’avemo  er Tevere, er Colosseo ma non basta. Non ci è rimasto che il canto, la musica … tanto pe’ cantà … e il sogno. Sognare non costa niente.”

“Come siete fatalisti, da queste parti. Non potete rimboccarvi le maniche come da noi al Nord?”

“Venga con me. Le faccio toccare con mano la nostra realtà quotidiana così si rende conto che cosa ha guadagnato a venire sul lido di Ostia. Prenda il mio esempio. Io sono una pensionata e sono costretta a quest’ora del mattino, e sono le cinque” – indicando l’orologio di un campanile – “ad andare a fare la coda all’Ufficio Postale che apre alle nove.”

“E lei ci va con quattro ore di anticipo?”

“Certo! Per essere tra le prime, altrimenti devo farmi una coda che non finisce più. E’ il destino di tanti pensionati come me, che prima di andare al mercato …”

Interrompendola: “Mi permetta una curiosità, di sicuro lei è una pensionata statale!?”

Annuendo: “Quarant’anni in marina!”

“Avrà viaggiato molto.”

Adelina, annuendo ancora con veemenza, quasi a ricordare i bei tempi “Oh, si!… a piedi… facevo le pulizie sulle navi passeggere.”

Bruno, ignorando la precisazione: “ Beh! Sono proprio curioso di scoprire cosa c’è qui attorno, Roma può aspettare. L’accompagno. Farò finta di non esserci.”

“Bene, Bici, andiamo in Posta. Sono miei amici perché vado sempre lì a ritirare la pensione. Namo?”

Il piccolo ufficio, squallido e dimesso, è gestito da Romolé, un signore anziano, sempre vestito di scuro e sommerso da carte. Gigetta, la sua assistente, è una ragazza carina e simpatica, in jeans, che sta sfogliando un giornale di moda, seduta all’altro tavolo.

Adelina inizia il suo rituale: “A Romolée … Signor Romoletto? … Romolo ……?” 

Gigetta fa notare al suo capo che è la solita signora, quella pensionata che ogni due mesi dà il segnale di apertura. L’anziano direttore ribadisce la stima verso Adelina che considera la persona più educata e gentile tra tutti i suoi clienti.

Gigetta: “Ed è l’unica che la chiama affettuosamente … Signor Romoletto.”

Adelina, dalla strada: “Signor Romolettooo? Siamo già nei minuti di recupero!”

Romole’: “Ieri deve essere andata all’Olimpico a vedere Roma-Napoli. Vada ad aprire Giggé.” Gigetta, con aria un po’ annoiata e con il giornale in mano, canticchia “Daje de tacco daje de punta quant’è bbona a sora Assunta”. Fa entrare Adelina che si precipita davanti alla scrivania del signor Romoletto mettendogli sotto il naso il libretto della pensione.

Romole’, prendendolo con due dita, lo esamina. “Ma Sora Lina è tutto unto!”

“D’olio, sì. Purtroppo l’avevo di fianco al piatto quanno stavo à concià e puntarelle … e i carciofi à la romana pemmé e pe mi zi’ Flora. Devo dimagrire, per scavalcare il cancello dello stadio ed entrare gratis nella curva Sud. Mangio solo verdura anche perché, da quando mi mancano i miei cinquantaquattro denti…”

Romole’, con una sonora risata: “Le mancano cinquantaquattro denti? Ma se ne abbiamo solo trentadue!”

“Lo so, ma ho perso anche la dentiera!”

“Ma, perché lei tiene il libretto della pensione di fianco al piatto?”

“Se guardo quanto prendo … mi ricordo di mangiare poco!”

Romole’ la interrompe bruscamente e si rivolge a Gigetta chiedendole di consegnare alla signora il solito modulo da compilare.

Adelina: “Sì ma io, come al solito, non sono capace di scrivere …” 

Romole’, cominciando a spazientirsi, prosegue nel suo lavoro dando disposizione a Gigetta di aiutarla nella compilazione del modulo.

Adelina, si rivolge a Bruno che è fuori, nascosto dietro l’anta del portoncino, toglie dalla borsa la sciarpa della Roma e, agitandola: “Vede, mio caro guardiano, quali sono i nostri problemi? L’unica via di scampo è il pensiero fisso alle partite di calcio … alè …ooo! Forza Roma forza lupi, so’ finiti i tempi cupi! L’unica via di scampo è il pensiero fisso alla curva Sud che ci disintossica e per qualche giorno sogniamo ad occhi aperti. L’unica cosa che non costa niente sono proprio i sogni. Mi scusi ma devo fare un’altra commissione.” Si rivolge a Gigetta e, a bassa voce: “Vorrei spedire anche una raccomandata.” 

Gigetta: “Me la dia Sora Lina.” 

Di rimbalzo, quasi seccata: “Signorina, per favore! Mmm… ma mi sposerò presto. Sono proprio qui per rispondere a un avviso matrimoniale che fa al caso mio. Legga lei” – estrae un giornale dalla borsa … – “qui.”

Gigetta, passando il palmo della mano sul foglio spiegazzato: “Laureato, quarantenne conoscerebbe scopo matrimonio, signorina colta, intellettuale.” 

Romole’, abbassando gli occhiali sulla punta del naso e in tono sarcastico: “Proprio lei!” e continua a leggere le sue carte. 

Gigetta: “… graziosa, alta, sottile.” 

Adelina: “Sono una falsa grassa!”

Romole’: “E io sono George Clooney!”

Gigetta, spazientita: “Insomma, signorina, dove ce l’ha questa raccomandata? Trattandosi di una lettera d’amore gliela potrei scrivere io.”

“Brava! Me la scriva lei” – sognante, fa due passi verso Bruno mentre Gigetta inizia a scrivere – “se perdo venti chili in dieci giorni, vedrò di catturare l’amore del laureato quarantenne facendomi aiutare dal venticello di Roma…” Si muove leggiadra al ritmo di una melodia che le esce dalle labbra.”

Bici, nella sua semplicità, è confuso. Gli fa tenerezza quell’ometto, che potrebbe avere la sua età, inchiodato ogni giorno dietro una scrivania, in un luogo chiuso a dover a che fare con gente che rompe le scatole.

Gigetta: “Ascoltate che lettera” – Adelina corre al fianco di Gigetta che legge – “Egregio laureato quarantenne, il suo annuncio sul giornale mi ha fatto provare una grande emozione. Da qualche giorno non dormo, non digerisco e allora…

Romole’, con fare maligno: “Prenda il bicarbonato.”

Gigetta, fulminando il capo con lo sguardo, prosegue: “… e allora mi sono decisa a scriverle per informarla che io sono colta e intellettuale. Inoltre, sono graziosa, alta, sottile… tanto sottile che la circonferenza dei miei fianchi potrebbe essere misurata tra il dito pollice e il mignolo …”

Romole’: “…d’un elefante.”

Gigetta: “Insomma, io sono la donna che fa per lei. Spero che questa mia proposta venga da lei accettata e considerata.”  

Adelina: “Che bello! Ma, per il momento, rimando questo sogno in attesa di tempi migliori,” – cambia atteggiamento diventando dura – “salterò il cancello, andrò nella curva Sud, mi siederò vicino ar Patata, er capo dei tifosi. Poi andremo a parlà con Totti, er mito,” – uscendo dalla Posta e agitando la sciarpa della Roma – “Forza Roma forza lupi, so finiti i tempi cupi!”

Bici, esterefatto, la lascia andare e corre, con le sue lunghe falcate, dalla parte opposta. 

Un po’ perché ha scoperto che qui la gente parla l’Italiano con un accento molto diverso dal suo, un po’ perché ha trovato Adelina insistente e pesante e, soprattutto, il vociare, i motorini che lo sfiorano mentre sfrecciano lungo i marciapiedi, le scritte sui muri che deturpano i bei palazzi appena affrescati. Per non parlare delle assordanti sirene delle ambulanze e delle auto della Polizia che scortano luccicanti vetture dai vetri oscurati. Non riesce ad adattarsi neanche per pochi giorni e decide di ritornare alla pensione e ripartire, il prima possibile. Lo aspettano i rilassanti silenzi dei pioppi accarezzati dal vento, il lento fluire del fiume e i buffi, eleganti fenicotteri con le zampe affondate nello stagno.

Arrivato alla stazione, prende un treno che viaggia di notte. Non gli importa se farà fatica a dormire. Il grande fiume lo aspetta.

Il treno fila, risucchiato dalla fretta, anche perché il macchinista deve forse arrivare a casa in tempo, per il compleanno di sua figlia, pensa Bici.

Bruno tenta invano di dormire, appoggiando la testa sulle protuberanze che sporgono dalla parte alta dei sedili, un sonno perennemente spezzato dagli scambi lungo le rotaie. Poi sente il fischio lungo e stridulo ogni qual volta il treno attraversa tutte le stazioni secondarie e sempre, dopo questi bruschi risvegli da un finto sonno, Bici s’inchioda al finestrino. Con lo sguardo percorre chilometri senza vedere una luce, come se il buio avesse ovattato la natura. 

Ogni tanto scorge un palo dell’alta tensione, i rami di un albero attraverso la sua immobile figura stampata sul finestrino. All’albeggiare, inizia finalmente a intravedere il profilo delle colline inghiottite dalla grande pianura. Un mondo che gli diventa familiare. Arrivato alla stazione, non trova nessuno sulla banchina; è troppo presto. Si carica in spalla lo zaino, impugna la valigia e imbocca la stradina acciottolata e sconnessa che, in pochi chilometri lungo il fiume, lo porterà nel suo regno.

Bici prende atto che la polvere che lo aveva abbracciato si è dispersa. Si sfrega l’abito togliendo gli ultimi resti di pulviscolo e si guarda attorno.

Sarà pure una capra ma è padrone di se stesso e responsabile della natura che lo avvolge e lo coinvolge.

Tratto dalla raccolta di racconti “La Pecheronza” –  Aletti Editore

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