CIRCOLO “A. GRAMSCI”

Scrittore Regista Attore

CIRCOLO “A. GRAMSCI”

Eravamo quattro amici, con un atteggiamento direi quasi da cani randagi e anche un po’ particolari nel senso che l’appellativo di “o grullo!” ci veniva bonariamente affibbiato in ogni occasione. Poi, stranamente, avevamo tutti lo stesso nome di battesimo: Giovanni.

Sicuramente i nostri rispettivi genitori, comunisti fino al midollo, volevano onorare qualche famoso politico locale. Per non confonderci, io, l’intellettuale del gruppo (almeno così dicevano) venivo chiamato Giannino, un altro Giova, che era un marcantonio da uno e novanta per un quintale e rotti di peso, poi Nanni, ch’era il bischero della quaterna, e infine l’ultimo, ma solo in ordine alfabetico, Vanni con un fisico segaligno che pareva uscito dalle fiabe di Collodi.

Oltre ad essere frequentatori assidui del circolo operaio del PCI “Antonio Gramsci” di Livorno, eravamo anche compagni di lavoro in fonderia, presso le Acciaierie Lucchini di Portoferraio, con turni massacranti, polmoni bruciati dal fumo e dal calore degli altiforni. Provate ad andare in alcune stazioni ferroviarie del Nord Italia, guardate i binari e vedrete dove sono state fatte le rotaie. Noi le abbiamo fuse!

All’inizio della Seconda Guerra Mondiale, siamo stati arruolati tutti in fanteria. Abbiamo fatto la campagna di Albania, “em fa la guera in Albania”, come cantava Jannacci, nel XXV Corpo d’Armata, Divisione fanteria Siena, assieme agli Alpini della Julia: Durazzo, Valona e poi bloccati dall’inverno, dormendo pochissimo, pieni di malanni, a cercare gatti da mangiare per sopravvivere, al confine con la Grecia, con i nostri comodi stivali di cartone, fornitici in dotazione dalla fureria di Foggia. 

“Avanti, spezzeremo le reni alla Grecia!” ci urlava il Tenente Morelli. Intanto, tutti e quattro, staccati dal plotone, fummo presi in un’imboscata con calci, pugni e colpi di fucile. Esausti, e credendoci morti (ci eravamo finti morti, con la testa affondata nella neve fresca; grulli sì, ma fino a un certo punto!), i soldati greci ci abbandonarono in mezzo alla neve. Fortunatamente, alcuni dei nostri ci trovarono e fummo poi ricoverati all’ospedale di Brindisi per principi di congelamento agli arti inferiori e alle mani.

Dopo la guerra, ritornati vivi (soprattutto) e baldanzosi, volevamo cambiare il mondo, col pensiero fisso a qualche cosa di più che cercarci la donna o avere un impiego fisso in fabbrica. Si parlava con profondità di anarchia e di libertà e, tra un bicchiere di vino e una gazzosa, tiravamo fuori i nostri perché e proponevamo i nostri faremo: attivismo sfrenato presso il circolo, organizzazione di scioperi, bandiera rossa sempre appesa al balcone di casa e legata con una scotta a una canna di bambù. 

Poi Giova si è sposato con una centralinista di un call center e a quel punto siamo rimasti in tre: si poteva fare molto anche solo in tre.  Mentre gli altri compagni operai avevano interessi diversi, noi si parlava di onestà, di partecipazione e di solidarietà. E sempre, tra un bicchiere di vino e un caffè, tiravamo fuori i nostri perché e cominciavamo a disquisire sui però. Stava iniziando un processo di selezione sui ma, sui siccome, sul sarebbe più opportuno se …

Nanni ha seguito la badante Ucraina, quel donnone dalle fattezze mascoline che aveva amorevolmente accudito la sua mamma, ormai deceduta. Se n’è andato nella “rossa” Donetsk e, dei quattro amici del circolo, siamo rimasti in due. I più forti sono rimasti: Vanni ed io. 

A noi qui non serviva essere in tanti. I nostri discorsi vertevano su tenacità, speranze e possibilità e, tra un bicchiere di whisky e un Martini, anche nelle bibite i tempi stavano cambiando, Vanni tirava fuori i suoi perché e proponeva i suoi sarò. Non si parlava più al plurale, ma al singolare. Ognuno sembrava volesse ritagliarsi il proprio mondo, svincolato quasi dall’ambiente circostante, percepito come un laccio che impediva margini di manovra.

Quel bischero di Vanni, purtroppo, mi ha lasciato. L’ha colpito un ictus e si è trasferito dalla sorella nel grazioso borgo di Abbadia San Salvatore, sul Monte Amiata, a rimirare querce e abeti dalla sua sedia a rotelle. 

Maremma maiala, son rimasto io da solo al circolo! Il collettivo è sparito. 

Tutti gli altri rimangono a casa a guardare la televisione, a curare l’orto o a fare qualche lavoretto in nero perché ormai la Lucchini è in cassa integrazione, con una vertenza sindacale dura e complessa.

Oggi, verso le tre, sono entrati quattro ragazzini: maglietta Kalvin Klein, occhiali a goccia Rayban, scarpette da basket dell’Adidas, tatuati all’inverosimile, creste di vari colori e cellulare in mano con l’auricolare.

Si sono seduti a un tavolo, lì vicino a me, con davanti due caipirinha e due mohitos e li sentivo chiacchierare: oltre a disquisire su Fabri Fibra e sui Metallica parlavano di come hanno deciso di cambiare tutto questo mondo che non va.

Io, Giova, Nanni e Vanni eravamo sempre qui, quattro amici al bar che, per quarant’anni, hanno sempre avuto voglia di cambiare il mondo. 

Son dovuto uscire, mi sono acceso un toscano e, appoggiato alla balaustra del porto canale Mediceo, pensavo a questi passaggi del tempo. 

La storia si ripete, i concetti sono chiari ma, purtroppo, non sempre si sviluppano in attività concrete.

Sono consapevole che a noi è andata così. Chissà… forse per quest’altra generazione…

Libero adattamento tratto da testo della canzone “Quattro amici al bar” di Gino Paoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *