RAVIOLUSCION

Scrittore Regista Attore

RAVIOLUSCION

    Quand’ero piccina, avevo circa 6-7 anni, i miei genitori mi spedivano, di solito durante le vacanze estive quasi fossi un pacco, da mia nonna in campagna.

Salivo, con la mia fedele bambola di pezza, su una sgangherata corriera che partiva da Piazza Castello e, in quattro ore, mi portava in uno sperduto paese della bassa mantovana. Ad attendermi c’era il figlio del mungitore, di nome Agide, il quale si preoccupava di portarmi alla cascina percorrendo lunghe, a volte tortuose e sconnesse, strade in terra battuta, seduti su un nero calesse a due posti con tettuccio in tela che ci riparava dal sole del mezzogiorno. 

Iniziava così una vita fatta di odori di stalla, di maiali e di cenere del camino che veniva usata per lavare, in grandi catini di legno, le lenzuola che poi svettavano alte su corde che univano i filari di uva americana.

Tutti i giorni, mentre gli uomini erano nei campi con i trattori, io trascorrevo il mio tempo con nonna Cecca.

Mi ricordo ancora oggi che nella fattoria non c’erano altri bambini e così neanche l’ombra di un giocattolo a disposizione, ma ero attratta dalle macchine, da tutto quanto si potesse muovere. Così come, abituata a Milano dove rimanevo incollata alle finestre del salotto a vedere scorrere il traffico di Corso Buenos Ayres, anche qui restavo con gli occhi sgranati mentre la nonna faceva la pasta per poi preparare i ravioli con il ripieno di pollo e prosciutto.

Ravioli tutti i giorni! Oggi la definirei una “ravioluscion” dove l’universo maschile era governato da un’autorità riconosciuta e riverita: la nonna. E quella macchina che lei usava era, in assoluto, il mio fantastico gioco principale perché, mentre facevo l’assistente in modo goffo e impacciato, la mia fantasia correva durante la preparazione di quelle palle di pasta. Siccome ero piccola, vedevo tutte le cose più grandi del normale.

Mi rivedo quando, estasiata, ammiravo Nonna Papera. Così avevo chiamato questa macchina interessante. Le avevo affibbiato tale appellativo perché vedevo la parte alta prominente come se fosse il becco di una papera.

Era una grande macchina Regina, in metallo cromato con luccicanti bordi rossi, staticamente piazzata nell’angolo di uno dei lati più corti del vasto tavolo rettangolare da lavoro, posto in mezzo all’ampia cucina che si affacciava sull’aia della cascina. Lei guardava, in modo veramente autoritario, i suoi servitori dall’alto del suo ruolo e della sua posizione.

Burro, acqua, farina, sale, uova e prosciutto erano allineati inchinandosi e sottomettendosi in attesa delle disposizioni della Regina. Quando poi la pasta usciva dalla cigolante macchina in sottili, gialle, strette e lunghissime strisce, io immaginavo queste come se fossero una serie di autostrade, senza barriere per il pagamento del pedaggio. Queste strisce cadevano sopra un bianco tappeto di farina che copriva il grande tavolo.

Nonna Cecca, con un piccolo attrezzo di metallo a disco zigrinato, tagliava le autostrade in piccoli giardini quadrati ed io mettevo nel loro centro delle piccole palline di carne, quasi fossero dei cespugli di rose, di gardenie o di mimose.

Poi, assistevo alla grande trasformazione: da piccoli giardini in piccoli, grassi e divertenti soldatini senza gambe, con le braccia incrociate dietro la loro schiena. Con gli occhi da adulta, mi posso immaginare una grande e splendida armata con soldati in tenuta mimetica di colore nocciola chiaro, come i militari dell’Afrika Korps, perfettamente allineati in una grande piazza battuta da una tempesta di neve (farina, ovviamente) che continuava a scendere sopra i loro elmetti in una scena di assoluto silenzio. Nessun Generale Rommel urlava ordini. Batterie di carri armati e cannoni (rappresentati dagli utensili di lavoro della nonna) componevano il quadro di questa strana adunata gastro-militare.

Poi, un poco alla volta e in modo ordinato, i soldati andavano a fare il bagno in un grande pentolone pieno di acqua bollente e salata che li faceva gonfiare e diventare più grossi, più belli, più lucidi e con un gustoso profumo; un aspetto che prima, quando erano allineati sulla bianca piazza, non avevano di certo.

Nella mia ingenuità, corroborata da una fervida fantasia, pensavo: “Certo che i soldati sono come le donne! Pur di piacere si lavano, si profumano, fanno vedere i muscoli, quasi debbano andare al Teatro alla Scala … mah!”

Dopo il bagno, un’abbondante manciata di soldati si metteva a sedere, in cerchio, dentro un bianco piatto fondo aspettando la compagnia del burro fuso, del saporito Parmigiano che pioveva in abbondanza assieme a una foresta di foglie di salvia appena colte.

Il momento culminante della storia di questi soldati era la trasformazione in deliziosi ravioli che velocemente entravano nelle bocche degli affamati contadini, tornati dai campi dopo una mattina di duro lavoro.

Per sancire l’apprezzamento dell’eccellente qualità dei ravioli, partiva una serie di rutti rumorosi ritmicamente alternati con differenti tonalità, quasi fossero le note di un canto Gregoriano tipo quelli che si ascoltano, ancora oggi, nella Basilica di Sant’Andrea a Mantova.

Il potere del mio gioco infantile è consistito nella trasformazione delle palle di pasta in autostrade, ridottesi poi in piccoli giardini, mutati dopo in fieri soldati e, finalmente, in gustosi ravioli!

Anch’io ho assistito e partecipato alla mia piccola “ravioluscion” con la perfetta integrazione tra uomo e macchina esaltati da due miti femminili di riferimento: nonna Cecca e nonna Papera, ovvero la “Regina”.   

                                     Racconto tratto dalla raccolta “Storie di tanti”

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