NEI PARAGGI DELL’AMORE

Scrittore Regista Attore

NEI PARAGGI DELL’AMORE

Seduto su una sdraio, con l’occhio fisso puntato verso l’orizzonte, vedo il mio campo visivo attraversato da ombre: gruppi di amici vocianti, coppie di ogni età, bambini che giocano con la sabbia o che corrono sulla battigia. Il pensiero, di fronte a così varia umanità, corre verso un sentimento che li accomuna: l’amore.

Voi siete stati innamorati, naturalmente! Se non ancora, una volta o l’altra vi capiterà. Sì, perché l’amore è come il morbillo, dobbiamo passarci tutti. E, sempre come il morbillo, lo si prende una volta sola. Non ha recidiva.

L’amore si manifesta in vari modi.

Amore per la natura è far colazione sull’erba nei boschi ombrosi, vagare sotto volte fronzute, e indugiare su sedili coperti di muschio a guardare il tramonto, immergersi con lo sguardo in un chiaro di luna, lungo sentieri soavemente profumati o sostare, al crepuscolo agostano, in una piantagione di fichi d’india.

Amore è non solo temere la quotidianità in una tranquilla casa di campagna con una moglie bisbetica, o anche accodarsi a una gita di famiglia tanto numerosa e vociante (sono tutti parenti di lei) per un weekend a Varazze in treno.

Amore è assistere agli ultimi attimi felici del migliore amico, avventurandosi nelle fauci della cerimonia nuziale nel ruolo, non voluto ma richiesto, di testimone. 

Amore è, solo per abbagliare lei, scavalcare un cancello con aghi appuntiti, senza timore, sfregiando il pericolo; attraversare una siepe spinosa, senza impigliarsi, scendere un sentiero sdrucciolevole senza cadere, fissare il sole senza esserne abbagliato.

Noi, non ci ammaliamo mai d’amore due volte. Cupido non spreca una seconda freccia per lo stesso cuore. I valletti dell’amore sono i nostri amici, per tutta la vita. Al Rispetto, all’Ammirazione, all’Affetto, al Sesso dobbiamo lasciar sempre la porta aperta, ma il loro grande, paradisiaco signore, al suo regale passaggio, ci fa un’unica visita, poi prende congedo.

Noi proviamo simpatia, vogliamo bene, siamo tanto, tanto affezionati a… ma, dopo la prima “cotta”, non amiamo mai più. Il cuore di un uomo è un fuoco d’artificio che una volta sola nella sua esistenza sale verso il cielo. Simile a una meteora splende per un istante e illumina della sua gloria tutto il mondo ai suoi piedi. Poi la notte della nostra vita gretta e comune gli si chiude intorno e la cartuccia bruciata ricade sulla terra e vi giace inutile e negletta, trasformandosi lentamente in cenere.

L’amore è una luce troppo pura perché possa ardere a lungo però, prima che si spenga, possiamo usarla come una torcia per accendere il confortante fuoco dell’affetto. E, tutto sommato, quelle tiepide braci son molto più adatte per il nostro mondo di quanto non lo sia il fuoco divoratore della passione.

L’affetto brucerà allegramente quando la bianca fiamma dell’amore si sarà spenta. L’affetto è un fuoco che può essere alimentato, giorno dopo giorno, e tanto più caricato quanto più gli anni dell’inverno si avvicinano.

Ammucchiamo il carbone della gentilezza su quel fuoco. Gettatevi sopra le vostre parole gentili, le amichevoli strette di mano, i gesti amorevoli e altruisti. Fategli aria col buon umore, con la pazienza e la sopportazione. Poi potrete lasciare che il vento soffi e la pioggia cada, senza curarvene, perché il vostro cuore sarà caldo e luminoso.

Mi rivolgo a voi due, cari i miei giovincelli, che chiamerò Alessandra e Francesco ma, per questioni di risparmio d’inchiostro, li abbrevierò in Ale e Franz. Temo, e non mi sbaglio, che voi vi aspettiate troppo dall’amore. Voi pensate che i vostri piccoli cuori siano sufficienti a nutrire questa divorante passione per tutta la vostra lunga vita.

Ah, ragazzi! Non fate troppo affidamento su quella incerta fiammella perché si affievolirà sempre più col passare dei mesi; e non c’è modo di rifornirsi di combustibile. A ciascuno sembrerà che sia l’altro a diventare più freddo.

Franz noterà con amarezza che Ale non gli corre più incontro quando arriva al cancello, tutta sorrisi e rossori; e quando lei ha la tosse, ora, non scoppia più in lacrime buttandogli le braccia al collo, assicurandole che non potrebbe più vivere senza di lei. Franz, al massimo, le suggerirà di prendere uno sciroppo, e anche questo in un tono tale da farle supporre che è ansioso di porre fine a quel rumore sgradevole. 

E anche la povera piccola Ale spargerà lacrime silenziose perché Franz ha smesso di usare l’I-Phone che gli aveva regalato l’ultimo Natale.

Ciascuno è attonito di fronte al raffreddarsi dell’altro, ma non vede il proprio cambiamento.  Se entrambi lo vedessero, non ne soffrirebbero così. Andrebbero a cercarne le cause nel punto giusto… cioè nella piccolezza e nella povertà della natura umana, si afferrerebbero per mano, nel comune fallimento, e ricomincerebbero a costruire la loro casa su una base più terrestre e duratura.

Noi siamo troppo ciechi davanti alle nostre manchevolezze, e molto svegli di fronte a quelle altrui. Tutto quel che ci succede, è sempre colpa dell’altro.

Chi, sentendo il flusso dell’amore giovanile corrergli nelle vene, può pensare che un giorno scorrerà debole e lento?

Di certo Franz, nella fase di acuto innamoramento, non ricorda un solo suo conoscente, anziano o di mezz’età, che riveli ancora i sintomi di un attaccamento frenetico; questo non indebolisce la fede che lui nutre in se stesso. Il suo amore non si spegnerà mai, per quanto si spengano gli amori altrui. Nessuno ha mai amato, quanto lui ama.

Ahimè, ahimè! Prima che raggiunga i trent’anni, si sarà già unito alle schiere di coloro che si prendono gioco delle disgrazie amorose altrui. Non è colpa sua. Le nostre passioni, sia le buone sia le cattive, cessano con i nostri rossori.

Quando diventiamo vecchi, prendiamo tutte le cose in chiave minore. Non vi sono passaggi maestosi negli ultimi atti dell’opera della vita. L’ambizione mira a scopi meno elevati. Il senso dell’onore diviene più ragionevole, e si adatta convenientemente alle circostanze.

E l’amore… 1’amore muore.

La tarda corrente di un uomo non può essere chiamata amore, al confronto dell’impetuoso zampillo che sgorga quando il cuore di un ragazzo è violentato dalla furia amorosa.

L’uomo s’imbatte nell’amore proprio all’età in cui il suo carattere si sta formando e la ragazza che egli ama può farlo o distruggerlo. Le donne hanno il potere di spingere al bene o al male in misura ben maggiore di quanto non possano pensare.

Inconsciamente lui si plasma come lei lo desidera, buono o cattivo. Eppure, voi donne potreste renderci tanto migliori, se solo lo voleste. Sta in voi, più che in tutti i predicatori, spingere questo mondo un po’ più vicino al paradiso. La cavalleria non è morta: è solo addormentata perché non ha nulla da fare. Sta in voi svegliarla a nobili imprese.

Quali nobili vite non avremmo potuto vivere per amore di Lei? Il nostro sentimento era una religione per la quale eravamo disposti a soffrire. Non era una semplice creatura umana come noi, la nostra amata. Era una regina alla quale rendevamo omaggio, una dea che adoravamo con vistosi contributi al gestore telefonico.

Ah, ragazzi, tenetevi cari i giorni dell’amore fino a che durano! Anche quando ci porta l’infelicità, questa è romantica, travolgente, del tutto diversa dalla grigia pena terrestre dei dolori che seguono. Quando avete perso la vostra amata, quando la luce è uscita dalla vostra vita, e il mondo si stende di fronte a voi come un orrore buio e interminabile, anche allora un’aura d’incanto si mescola alla disperazione.

Com’era delizioso dirle che l’amavate, che vivevate per lei. Che fiumi di stravaganti sciocchezze tiravate fuori. Quale timorosa riverenza provavate per lei! Com’eravate infelice quando capitava di offenderla! Eppure, com’era bello esser maltrattato da lei, implorare il suo diniego per poi trasformarlo in assenso.

Infine, c’è l’amore per noi stessi: la vanità. Alcuni di noi sono pii, alcuni generosi, pochi gli onesti e altri, forse ancor meno, sinceri. Tutti, però, ci possiamo stringere la mano nel solco della vanità.

La vanità è uno di quei tocchi della natura che uguagliano il mondo. Dal cacciatore Sioux, orgoglioso del suo variopinto copricapo e della sua intarsiata e lunga pipa multicolore, al generale di corpo d’armata, tutto tronfio sotto il peso della sfilza di stelle e medaglie che gli ornano il petto, al cinese che, schiacciando i suoi occhi assenti, si bea, con un sorriso, della lunghezza del suo codino.

E proseguo con la ricerca ostinata della bellezza di talune donne che soffrono pene dell’inferno allo scopo di mostrare un giro vita il più possibile vicino alla strozzatura di una clessidra. Lascio a voi immaginare quali sono le parti del corpo femminile che si avvicinano ai due opposti calici dello strumento.

E ancora il comico che, con la sua volgare battuta, strappa un applauso agli spettatori, al politico, le cui orecchie sono gradevolmente dilatate dagli applausi che raccolgono le sue frasi altisonanti. Tutti marciano, combattono, muoiono sotto la sgargiante bandiera della vanità.

Se volete ottenere amore e rispetto, adulate. Adulate grandi e piccoli, ricchi e poveri, saggi e stolti. Ammirate i brutti per la loro bellezza, gli stolti per la loro perspicacia e gli zoticoni per la loro educazione.

Amore, amore … spesso, solo per noi stessi!

“Amore? Vado a prenderti un gelato?”

                                                Racconto tratto dalla raccolta “Storie di tanti”

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